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Lilianius

Diventare adulti equivale a rassegnarsi?

Mi chiedevo se crescere vuol dire effettivamente rassegnarsi o accontentarsi.

Quando ero piccola e mi andava una caramella che non mi spettava: facevo la brava, gli occhi dolci, piangevo se necessario. I capricci, si cosi, però prima o poi ottenevo ciò che volevo. Con il passare del tempo, ecco, io mi chiedo o meglio, vi chiedo: crescere vuol dire smettere di combattere? Rassegnarci a ciò che la vita ci ha messo dinanzi gli occhi?

Quando ero piccola e mi andava di dire ad un’amichetta “ehi! Non ci si comporta così, tu non mi pensi più, allora non mi vuoi bene più?” Ottenevo una risposta o un abbraccio o un chiaro “no,non ti voglio  bene più”. Con il passare del tempo, mi chiedo o meglio vi chiedo: ma crescere vuol dire rinunciare alla sincerità? Rinunciare alle sane amicizie reciproche e disinteressate? Crescere è davvero accontentarci o rassegnarsi al “vabbè doveva andare così”?

Quando ero piccola vivevo meglio ed ora ahimè! Non lo sono più. Con il passare del tempo, mi chiedo anzi vi chiedo: diventare grandi vuol dire fingersi maturi, fingere che vada tutto bene quando in realtà non è così. Diventare grandi cosa vuol dire? Fingere che i sentimenti non siano poi così importanti come la convenienza? Diventare adulti cosa è? Intendo in senso lato, oltre l’indipendenza e le bollette e blabla di facciata, diventare adulti è rassegnazione?

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Ricorderò il suono della parola tumore che ancora faccio fatica a pronunciare nonostante sia parte di me, come i capelli o il sorriso. Ricorderò la stanza buia ed anche il freddo che si posava sulla mia pelle, sul mio seno. Ricorderò il viso di mia madre dopo aver udito tale suono; ricorderò il viso dello specialista che però non mi ha guardato negli occhi.

Ricorderò il mio sorriso dopo aver sentito “però tranquilla. Non è grave”. Nient’altro.

Vorrei ricordare ciò che ho provato ma, pur sforzandomi non riesco proprio. Vorrei scavare dentro di me ma, la mia profondità emotiva, ora, è pari ad una pozzanghera, una piccola pozzanghera la cui acqua lentamente oscilla col soffio del vento, così come oscilla il mio cuore a sentir quella parola. Anzi, la scrivo: a sentir la parola tumore. Si, proprio quello lì, il tumore.

E’ solo un albero

E’ solo un albero.
Erano anni che mia madre chiedeva un nuovo albero di Natale ma non l’ho mai accontentata: il mio alberello, alto un metro e cinquanta, mi è sempre piaciuto. D’altra parte, a differenza di mia madre, questo spirito natalizio che profuma di gioia e amore io non l’ho mai respirato. Mi ripetevo sempre “tanto è solo un albero”.

Quest’anno gli occhi di mia madre erano spenti. L’otto Dicembre non era salita con l’albero da addobbare, non mi aveva chiesto neanche di comprarne uno nuovo. Ho percepito che il suo spirito natalizio si stava spegnendo, quella lucina nei suoi occhi era affievolita, forse pensava al mio papà, un altro anno senza lui a tavola a festeggiare con di fronte l’alberello? Forse era solo stanca di combattere da sola? Mi son vestita di colpo, ho racimolato alcuni risparmi e mi son recata al primo negozio con in esposizione degli alberi. Ho comprato un albero altissimo, una serie di lucine nuove e delle palline rosse, non un rosso spento, non un rosso vivo: rosso, rosso Natale (così l’ho chiamato io).
Son tornata a casa più in fretta che potevo, con gli scatoloni più pesanti di me: “Ehiiii! Sorpresa”. Ho urlato entrando.

Avreste dovuto vedere il suo volto, anzi i suoi occhi, anzi tutta la mia mamma. Tremolante quasi piangeva dalla felicità.
“E’ solo un albero”
Appunto, è solo un albero. E’ solo un albero e vedi che effetto che fa?!
Nulla è scontato, nulla è banale come la superficialità che negli anni mi ha accecata. Pagherei oro per vederla così felice, anche solo un attimo di nuovo.
Pagherei oro per tornare indietro nel tempo e farlo prima.

Forse quest’anno la mia angoscia durante queste feste
verrà placata da questo albero.

Nessun titolo

Nessun arrivederci, nessuno ciao, solo il silenzio.
“Non scrivere che sei forte, perché sei debole.”
Nessun arrivederci, solo il silenzio di chi man mano cammina senza voltarsi ,ma  cammina col braccio sempre teso verso il retro con la speranza che qualcuno lo prenda e la fermi. Nessun arrivederci, solo il silenzio di chi cammina e si dissolve tra la brezza marina che scosta i capelli e asciuga le lacrime.
When I wake up, well I know I’m gonna be,
I’m gonna be the man who wakes up next you
When I go out, yeah I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who goes along with you
If I get drunk, well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who gets drunk next to you
And if I haver up, yeah I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s havering to you
But I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walks a thousand miles
To fall down at your door
When I’m working, yes I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s working hard for you
And when the money, comes in for the work I do
I’ll pass almost every penny on to you
When I come home (when I come home) well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who comes back home to you
And if I grow-old (when I grow-old) well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s growing old with you
But I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walks a thousand miles
To fall down at your door
Da da da dun diddle un diddle un diddle uh da
When I’m lonely, well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s lonely without you
And when I’m dreaming, well I know I’m gonna dream
I’m gonna dream about the time when I’m with you
When I go out (when I go out) well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who goes along with you
And when I come home (when I come home) yes I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who comes back home with you
I’m gonna be the man who’s coming home with you
But I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walks a thousand miles
To fall down at your door
Da da da dun diddle un diddle un diddle uh da
And I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walked a thousand miles
To fall down at your door.

Cadono le certezze
come cadono le foglie.
Tu,
mi hai fatta cadere ma io mi rialzerò
il tuo freddo gelido non mi farà morire,
come una primavera, io rinascerò.
Aspettando la primavera. Vaffanculo.

L’ironia sul destino

Esistono milioni di frasi fatte che per quanto scontate e banali, ti tolgono il sonno, come ad esempio: la vita è fatta di scelte; eh! certo, ogni giorno bisogna scegliere cosa mettere, come pettinarsi, se truccarsi e qualcuno sceglie addirittura se lavarsi o meno. Bisogna scegliere tutto, scegliamo sempre noi o meglio, quasi sempre noi perché quando si tratta di scelte importanti “è il destino che sceglie per noi” (altra frase fatta).
L’altra notte riflettevo: ma se è il destino che sceglie per noi, come mai io non resto seduta a poltrire mentre il destino si occupa di me? Che poi, a me basterebbe sapere chi è, costui al quale io dovrei affidarmi o almeno di quale ambito si occupa principalmente nella mia vita, in modo da poter stare tranquilla.
“Il destino unisce”, “il destino divide”, “il destino sceglie per noi”, “il destino ci rende ciò che siamo” ecco, mi chiedo, ma se ‘sto destino fa tutto, io nella mia vita che ruolo ho?
Ma non è che, quasi quasi, forse forse, questo fantomatico destino è solo il burattino dei codardi che non vogliono responsabilità?
No, eh! Io m’azzardo, però magari mi sbaglio.

Abbiate il coraggio di scegliere per voi stessi, codardi.
La non scelta, è pur sempre una scelta.

Discorsi ironici di tempo addietro,
di una cinica ragazzetta
quale non crede alla cazzata
delle bolle surreali 
che crea l’estate.

La fantasia

Mi è tornata la fantasia.
Ci pensi alle volte che è mancata, a quanto potessi sentirmi buia e cupa? E’ tornata, ed io ne sono sollevata, ora mi vien da ridere se ci penso, se penso a quanto sono caduta dentro i tuoi occhi, a quanti progetti abbiamo fatto che probabilmente non porteremo a termine, a quante sorprese ci hanno investito.
Ci pensi all’alternanza di sguardi maliziosi e ingenui con i quali parliamo senza dir parole? Magari è pura fantasia, la fantasia di baciarsi sotto la pioggia, stringersi, volersi come due adolescenti con gli ormoni in subbuglio, impazienti di vedersi, toccarsi, ridere o anche piangere.
Ci pensi o è pura fantasia? Ci pensi a come vada davvero tutto bene quando posi le tue labbra sulle mie, a quando mi sfiori i fianchi, sinuosi, sospirando?
La leggerezza che sentiamo, occhi dentro occhi, è fantasia?
Perché la fantasia che andrà tutto bene è tornata e non importa se è solo una fantasia se ora ci sei e ci sono anche io.

Tenersi

Tenetevi strette le persone che trovano il tempo per voi, quelle a cui non date peso, quelle che se chiamate ci sono senza se e senza ma perché non hanno bisogno di spiegazioni, quelle a cui non avete bisogno di dire A eppure ci porgono una spalla per piangere. Tenetevi strette le persone che vi sono accanto perché spesso, chi più chi meno, ci troviamo in fondo ad un baratro e sono poche le persone che vi tendono la mano, tante altre vi puntano il dito.

Il dito ve lo taglio.

Tenetevi strette le persone che vi fanno ridere, ragionare e perché no, non pensare. Tenetevi strette le persone che vi ascoltano nei silenzi, queste sono rare, perché è più facile far baldoria e creare frastuono più che guardarsi e capirsi.

La stupida presunzione

La presunzione di credere di poter conoscere tutto delle persone non la toglierò mai.

In fondo lo so, so che se mi dessi ascolto, la gente non mi farebbe male. Si è sempre davanti una scelta: spieghi e resti o preferisci tacere e andare via? Sono qui e ti mancherei se non ci fossi o vai via e metti un punto? Bianco o nero? Scelta giusta o quella felice? Sincerità o finzione? Panna o cioccolata?

Quello che mi fotte, è la presunzione. La presunzione di conoscere e capire le scelte altrui perché su 99 volte in cui non mi sbaglio, c’è sempre quel margine di errore che non calcolo e che fa male perché crolla il muro della presunzione e resta una parete labile di nudità sentimentali prive di protezione. Quella nudità scarna e fragile che osserva perfino l’iride mentre dall’altra parte, c’è chi non guarda neanche il naso.

Potessi sdoppiarmi, mi mollerei un ceffone e mi farei una ramanzina:”ehi tu, testarda, che hai in quella testa?! Che pensi di fare, eh? Credi che la gente sia così scontata e allora ti permetti il lusso di sopravvalutarla? Ben ti sta. Stupida.”

Ben mi sta, lo so. Stupida.

Cosa capiresti?

Si dice che una delle cose più belle della vita, sia trovare qualcuno che ti capisca senza che tu parli, senza che tu dia spiegazioni.
E se questa sera io non avessi parole, mi chiedo,tu cosa capiresti? Se tu potessi guardarmi negli occhi, senza che io fiatassi, dimmi cosa faresti, cosa capiresti?

Se mi spogliassi guardandoti negli occhi, io so che tu ricambieresti senza abbassare lo sguardo: occhi dentro occhi. Cosa capiresti? Mi capiresti?

Ho paura. Se non mi capissi? E se invece lo facessi?

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