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Lilianius

Il mio bicchiere di sangue

“Questa ragazza è quattro ossa e un bicchiere di sangue”, è una frase in gergo utilizzata per indicare la corporatura esile. Di me, lo dicono da quando sono nata.
Ecco, sono quattro ossa e un bicchiere di sangue, se poi vado a donare il mio bicchiere di sangue, mi restano solo le ossa.
Ho camminato con gli occhi offuscati, le orecchie otturate; ho camminato poggiandomi di tanto in tanto sulle pietre ruvide dei palazzi vecchi sperando di non cadere, di riuscire a resistere ancora un po’, con la consapevolezza di mettere alla prova il mio corpo esausto, morente.
“Tu sei pazza, perché lo fai? Non vedi come ti riduci?”
Voi siete pazzi, io mi sveglio la mattina e sento di donare una parte di me a chi ne ha più bisogno, in silenzio, senza lamentarmi delle conseguenze, col cuore colmo di gioia per averlo fatto, come se la mia indole fosse questa da sempre e ciò che comporta è il nulla. Io sto male, non mi reggo in piedi ma chissenefrega qualcuno starà meglio.
Tu lo hai sempre saputo. Tu hai sempre saputo quanto mi fossi dedicata agli altri, senza motivo se non “ma se posso fare del bene, perché non farlo?” partendo dalle piccolezze, dalle basi. Sempre.
Tu lo sai, altroché se lo sai. Lo sapevi che ti avrei aiutato sempre, tu lo sapevi eppure proprio tu con tale fermezza mi hai detto “mi avresti lasciato morire su un letto di ospedale, mi avresti fatto morire per pensare solo a te”.

Tu lo sapevi che mi avresti dato il colpo di grazia così.
Mai, mai non avrei aiutato qualcuno, figuriamoci te.
Non avrei mai pensato, neanche in un’altra vita che tu, proprio tu avessi potuto dirmi questo. Mai avrei lasciato morire te, al costo di morire io stessa. Ti avrei donato il mio bicchiere di sangue ed anche le mie quattro ossa.

E non nascondere le lacrime
Che tanto scendono in basso
Tu falle cadere fino
A che non diventano fango
Poi ritorna in quel posto
Ci sarà una rosa e sarà Maggio.
Ultimo Peterpan

Chiedo scusa per l’auto-celebrazione iniziale,
il bene si fa e non si dice.

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Nessun titolo

Nessun arrivederci, nessuno ciao, solo il silenzio.
“Non scrivere che sei forte, perché sei debole.”
Nessun arrivederci, solo il silenzio di chi man mano cammina senza voltarsi ,ma  cammina col braccio sempre teso verso il retro con la speranza che qualcuno lo prenda e la fermi. Nessun arrivederci, solo il silenzio di chi cammina e si dissolve tra la brezza marina che scosta i capelli e asciuga le lacrime.
When I wake up, well I know I’m gonna be,
I’m gonna be the man who wakes up next you
When I go out, yeah I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who goes along with you
If I get drunk, well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who gets drunk next to you
And if I haver up, yeah I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s havering to you
But I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walks a thousand miles
To fall down at your door
When I’m working, yes I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s working hard for you
And when the money, comes in for the work I do
I’ll pass almost every penny on to you
When I come home (when I come home) well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who comes back home to you
And if I grow-old (when I grow-old) well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s growing old with you
But I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walks a thousand miles
To fall down at your door
Da da da dun diddle un diddle un diddle uh da
When I’m lonely, well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who’s lonely without you
And when I’m dreaming, well I know I’m gonna dream
I’m gonna dream about the time when I’m with you
When I go out (when I go out) well I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who goes along with you
And when I come home (when I come home) yes I know I’m gonna be
I’m gonna be the man who comes back home with you
I’m gonna be the man who’s coming home with you
But I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walks a thousand miles
To fall down at your door
Da da da dun diddle un diddle un diddle uh da
And I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walked a thousand miles
To fall down at your door.

Cadono le certezze
come cadono le foglie.
Tu,
mi hai fatta cadere ma io mi rialzerò
il tuo freddo gelido non mi farà morire,
come una primavera, io rinascerò.
Aspettando la primavera. Vaffanculo.

L’ironia sul destino

Esistono milioni di frasi fatte che per quanto scontate e banali, ti tolgono il sonno, come ad esempio: la vita è fatta di scelte; eh! certo, ogni giorno bisogna scegliere cosa mettere, come pettinarsi, se truccarsi e qualcuno sceglie addirittura se lavarsi o meno. Bisogna scegliere tutto, scegliamo sempre noi o meglio, quasi sempre noi perché quando si tratta di scelte importanti “è il destino che sceglie per noi” (altra frase fatta).
L’altra notte riflettevo: ma se è il destino che sceglie per noi, come mai io non resto seduta a poltrire mentre il destino si occupa di me? Che poi, a me basterebbe sapere chi è, costui al quale io dovrei affidarmi o almeno di quale ambito si occupa principalmente nella mia vita, in modo da poter stare tranquilla.
“Il destino unisce”, “il destino divide”, “il destino sceglie per noi”, “il destino ci rende ciò che siamo” ecco, mi chiedo, ma se ‘sto destino fa tutto, io nella mia vita che ruolo ho?
Ma non è che, quasi quasi, forse forse, questo fantomatico destino è solo il burattino dei codardi che non vogliono responsabilità?
No, eh! Io m’azzardo, però magari mi sbaglio.

Abbiate il coraggio di scegliere per voi stessi, codardi.
La non scelta, è pur sempre una scelta.

Discorsi ironici di tempo addietro,
di una cinica ragazzetta
quale non crede alla cazzata
delle bolle surreali 
che crea l’estate.

La fantasia

Mi è tornata la fantasia.
Ci pensi alle volte che è mancata, a quanto potessi sentirmi buia e cupa? E’ tornata, ed io ne sono sollevata, ora mi vien da ridere se ci penso, se penso a quanto sono caduta dentro i tuoi occhi, a quanti progetti abbiamo fatto che probabilmente non porteremo a termine, a quante sorprese ci hanno investito.
Ci pensi all’alternanza di sguardi maliziosi e ingenui con i quali parliamo senza dir parole? Magari è pura fantasia, la fantasia di baciarsi sotto la pioggia, stringersi, volersi come due adolescenti con gli ormoni in subbuglio, impazienti di vedersi, toccarsi, ridere o anche piangere.
Ci pensi o è pura fantasia? Ci pensi a come vada davvero tutto bene quando posi le tue labbra sulle mie, a quando mi sfiori i fianchi, sinuosi, sospirando?
La leggerezza che sentiamo, occhi dentro occhi, è fantasia?
Perché la fantasia che andrà tutto bene è tornata e non importa se è solo una fantasia se ora ci sei e ci sono anche io.

Tenersi

Tenetevi strette le persone che trovano il tempo per voi, quelle a cui non date peso, quelle che se chiamate ci sono senza se e senza ma perché non hanno bisogno di spiegazioni, quelle a cui non avete bisogno di dire A eppure ci porgono una spalla per piangere. Tenetevi strette le persone che vi sono accanto perché spesso, chi più chi meno, ci troviamo in fondo ad un baratro e sono poche le persone che vi tendono la mano, tante altre vi puntano il dito.

Il dito ve lo taglio.

Tenetevi strette le persone che vi fanno ridere, ragionare e perché no, non pensare. Tenetevi strette le persone che vi ascoltano nei silenzi, queste sono rare, perché è più facile far baldoria e creare frastuono più che guardarsi e capirsi.

La stupida presunzione

La presunzione di credere di poter conoscere tutto delle persone non la toglierò mai.

In fondo lo so, so che se mi dessi ascolto, la gente non mi farebbe male. Si è sempre davanti una scelta: spieghi e resti o preferisci tacere e andare via? Sono qui e ti mancherei se non ci fossi o vai via e metti un punto? Bianco o nero? Scelta giusta o quella felice? Sincerità o finzione? Panna o cioccolata?

Quello che mi fotte, è la presunzione. La presunzione di conoscere e capire le scelte altrui perché su 99 volte in cui non mi sbaglio, c’è sempre quel margine di errore che non calcolo e che fa male perché crolla il muro della presunzione e resta una parete labile di nudità sentimentali prive di protezione. Quella nudità scarna e fragile che osserva perfino l’iride mentre dall’altra parte, c’è chi non guarda neanche il naso.

Potessi sdoppiarmi, mi mollerei un ceffone e mi farei una ramanzina:”ehi tu, testarda, che hai in quella testa?! Che pensi di fare, eh? Credi che la gente sia così scontata e allora ti permetti il lusso di sopravvalutarla? Ben ti sta. Stupida.”

Ben mi sta, lo so. Stupida.

Cosa capiresti?

Si dice che una delle cose più belle della vita, sia trovare qualcuno che ti capisca senza che tu parli, senza che tu dia spiegazioni.
E se questa sera io non avessi parole, mi chiedo,tu cosa capiresti? Se tu potessi guardarmi negli occhi, senza che io fiatassi, dimmi cosa faresti, cosa capiresti?

Se mi spogliassi guardandoti negli occhi, io so che tu ricambieresti senza abbassare lo sguardo: occhi dentro occhi. Cosa capiresti? Mi capiresti?

Ho paura. Se non mi capissi? E se invece lo facessi?

Ho visto, immaginando

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Ho visto lo stupore dei tuoi occhi appena sei atterrato nel nuovo Paese, ho visto la gioia di un bambino, ho visto l’entusiasmo per qualsiasi cosa vedessi. Ti ho visto girare, stanco senza forze per la città, senza fermarti e sempre con la voglia di vedere nuove cose, ti ho visto famelico di cultura, colori, e odori. Ho visto come ricercavi nuovi posti,  come ti orientavi in strade che non conoscevi, ti ho visto in pigiama per strada ed ho riso e poi mi son preoccupata.
Ti ricordi quando hai visto quel quadro che sapevi mi piacesse così tanto e allora lo hai fotografato pensando a me?!
Io lo ricordo bene.
Io ricordo, ho visto tutto.
Ho visto, ho visto, son sicura.
Ho visto, credo.
Ho visto, immaginando.
Io ho immaginato bene, nei dettagli minuziosi anche il Sanpietrino posto male dove stavi inciampando.
Ecco, si. Ho visto tutto come fossi con te però no, non c’ero, però ti ero vicina quando nel nuovo Paese, tu ti sentivi solo.

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